LU
CANTU
SENZA
CANTU
Ballata sul gravissimo attentato terroristico
compiuto a New York il giorno 11 settembre 2001, scritta dalle insegnanti
del "I Istituto comprensivo Giuseppe Tomasi di Lampedusa" di Capo d'Orlando
(Messina), tra settembre e ottobre 2001, durante un corso d'aggiornamento
sperimentale tenuto da Mauro Geraci.
Chistu è un cantu senza cantu,
senza vuci e nè cunsoli,
lu silenziu nni fa mantu
e nni 'stuta li paroli.
Surdu e mutu è lu lamentu
di la genti amiricana,
cu lu fumu d' 'u cimentu
nta lu cielu si nn'acchiana.
Nta lu cielu d'unni prima
quattru aerei addiruttaru
e li turri di Manhattan
ddu' tabbuti addivintaru.
Picchì genti tirrurista
cu la morti a li cirveddi
nta l'aereu supra 'a pista
acchianaru ch' 'i cuteddi.
Pi pigghiari lu cumannu
li piloti iddi scannaru,
li cristiani non lu sannu
ca na bumma addivintaru.
"Prontu, prontu caru amuri,
t'haiu a diri chi non tornu,
iu t'abbrazzu cu duluri
ca la morti c'è cca 'ntornu".
Dintra l'occhi e nta la menti
li ricordi ci scurreru,
poi lu schiantu: tutti morti
senza ciuri e cimiteru.
Prima 'u bottu e poi lu focu
c'è cu scappa e cu talia,
jsa l'occhi e vidi pocu
ca l'America fumia.
Nta li torri ancora addritta
surci sunnu li cristiani
'mmenzu a tutta dda minnitta
si jettaru senza ali.
Oh America mischina
nni parevi na putenza,
ora chianci a testa china
li to morti pi viulenza.
Pari un film di fantascienza
comu chiddi amiricani
ma 'u riggista già si pensa
è 'u tirannu di l'afgani.
Bin Laden è prutettu
di sti saggi talibani
chi non sannu chi Maumettu
s'abbrazzava li cristiani.
E la guerra non è santa
porta sulu distruzioni
ca lu sangu chi svacanta
non ci nn'havi distinzioni.
"Unni jti, chi faciti?"
puru u Papa nni dumanna,
"ca la guerra, non sapiti,
li 'nnuccenti a morti manna".
Unni jti, chi faciti,
chi faciti, unni jti,
unni jti, chi faciti,
unni jti, non sapiti!" |
LAVERA
STORIA
DI
IQBAL
Il bambino pakistano venduto dal padre
a un fabbricante di tappeti
Scritta e musicata nell'aprile 2000 dalla IIE della Scuola Media
Statale Antonio Gramsci di Roma, nel corso di un laboratorio didattico
tenuto da Mauro Geraci e da Gabriella Santini
Se un momento voi chiudete
ogni libro e ogni quadreno
a Sanremo non vedete
Fabio Fazio sullo schermo.
Di Iqbal eroe bambino
la tragedia noi cantiamo
che per padre ebbe Caino
lì nel suolo pakistano.
Lì nel Pakistan in Oriente
Iqbal mai giocava,
in famiglia, senza niente
con suo padre faticava.
La famiglia di Iqbal era veramente povera,
tanto che il padre
decise di vendere il figlio a un fabbricante
di tappeti
per affrontare le spese di matrimonio della
figlia.
In famiglia al matrimonio
si prepara la sorella
ma non c'era il patrimonio
per poter sposar la bella.
Ed allora il padre impone
"o Iqbal figlio diletto
non c'è altra soluzione
io ti vendo e i soldi accetto.
Andrai in fabbrica a intrecciare
i tappeti giorno e notte
per poterti riscattare
ed il debito saldare".
Da questo momento Iqbal diventa schiavo
insieme a tanti
altri bambini sventurati.
Nella fabbrica il padrone,
con il cuore come il ghiaccio,
a Iqbal le leggi impone
ed ai piedi un catenaccio.
Non dovete andare al bagno
ne parlare o riposare,
altrimenti per compagno
c'è il digiuno da scontare.
Il tappeto è terminato
e il padrone arricchirà,
è perfetto, colorato
ma lui schiavo resterà.
Iqbal allora fugge e chiede aiuto alla polizia
che invece di aiutarlo lo riconsegna al
padrone.
Iqbal allora fugge,
chiede aiuto a un poliziotto
ma è tradito dalla legge
col padrone fa complotto.
Ma Iqbal non si arrende,
nuovamente le ali mette,
il sindacato lo difende
ed eroe lui divenne.
I potenti hanno paura
Iqbal è una sciagura
e così viene ammazzato
ma da tutti è ricordato.
Tutto il mondo piange la morte di Iqbal,
che prima di morire era stato invitato
in America per ricevere un premio.
Nel suo discorso Iqbal fece una promessa
solenne:
"studierò per diventare avvocato,
difensore dei diritti dei minori,
mai più nel mondo ci saranno bambini
schiavi".
La II E che ha scritto
di Iqbal la triste storia
dei ragazzi ogni diritto
vuole eterna la memoria. |
LA
STORIA DI AZARIAS
Giovane pastorello del Mozambico ucciso
dallo scoppio di una mina
Scritta e musicata nell'aprile 2000 dalla IID della Scuola Media
Statale Antonio Gramsci di Roma, nel corso di un laboratorio didattico
tenuto da Mauro Geraci e da Gabriella Santini
In Mozambico era nato e cresceva
un pastorello che Azarias si chiamava,
con zio Raul in campagna viveva
che tutti i buoi a lui sempre affidava,
e quando al pascolo Azarias riposa
lui sogna un mondo dipinto di rosa.
Un giorno al pascolo un forte bagliore
Azarias vide nel cielo africano,
come una bomba scoppiò con fragore
un grosso bue che mangiava lontano.
Azarias pensa "Che mai sarà stato?
Fulmine, bomba o uccello fatato?
Sì, son sicuro, questo è lo Ndlati,
l'uccello divino che scende dal monte.
Pastorie buoi scendeta dai prati:
Ndlati è arrivato coi fulmini in fronte.
Ora mio zio mi rompe le corna
quando fa il conto dei buoi che non torna".
Azarias trema al solo pensiero
di ritornare al suo villaggio:
"Meglio scordare quello che ero,
prender la roba e mettermi in viaggio".
Sporco di fango e col cuore infranto
si mise a correre senza rimpianto.
Nel frattempo a casa di Azarias la nonna e lo zio sono molto preoccupati
quando sentono bussare alla porta...
A casa di Azarias ecco i soldati,
dicono a Raul che il bue è scoppiato,
nonna e zio son preoccupati
perchè c'è Azarias nel campo minato.
Parte zio Raul per ritrovarlo
con l'intenzione poi di picchiarlo.
Dopo una lunga ricerca affannosa
lo zio lo trova lungo le sponde
che si nasconde tra l'erba spinosa,
Raul lo chiama e lui non risponde.
Solo alla voce della sua nonna
il bimbo convinto di corsa ritorna.
Azarias raduna i buoi e la nonna convince lo zio a concedergli
un premio.
Ora Azarias vuole studiare,
lo zio accetta la sua richiesta
ma poi ai buoi chi può badare
se suo nipote a scuola resta.
Per il momento è meglio accettare
e poi il ragazzo far lavorare.
Dalla promessa rassicurata
Azarias sente di avere le ali,
felice corre lungo un bel prato
verso i suoi sogni adesso reali.
E mentre corre arrva lo Ndlati
che lo finisce con colpi infuocati!
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La
storia di Nonno Giovanni
Scritta e musicata nell'aprile 2000 dalla
Ii della Scuola Media Statale Antonio Gramsci di Roma, nel corso di un
laboratorio didattico tenuto da Mauro Geraci e da Gabriella Santini. La
ballata è stata costruita attraverso le informazioni, sulle condizioni
di vita durante la seconda guerra mondiale, che gli alunni hanno preso
loro nonni attraverso la distribuzione e la discussione in classe di un
questionario.
Ho intervistato mio nonno Giovanni,
lui è nato a Roma tra stenti ed affanni
e dopo la quinta elementare
andò come tutti a lavorare.
Almeno sei figli in ogni famiglia
mangiavano pasta col sugo in bottiglia
mentre la frutta, la carne ed il pesce
se li mangiavano duchi e duchesse.
Di professione disoccupato
versava le tasse ai ladroni di Stato,
a casa la moglie afflitta e distrutta
lavava i panni e sognava la frutta.
Ma quando il nonno faceva un mestiere
se andava bene aiutava il barbiere
fin quando un giorno col Treno del Sole
lascia l'Italia col pianto nel cuore.
Però in Germania non fa più il
barbiere,
fa l'operaio, lavora in cantiere.
Intanto a casa la pasta è più
asciutta
e sogna ancora la moglie la frutta.
Poco tempo dopo scoppiò il secondo
conflitto mondiale. La guerra, signori miei, è un brutt'affare!
Macerie, fame, morti, distruzione e per tutti tanto dolore.
Nonno Giovanni ricorda la guerra:
sotto le bombe tremava la terra,
tanta fame, violenze e torture
e nei rifugi tormenti e paure.
"Mio caro nipote perchè ricordare
di quella grave sciagura mondiale?
Io preferisco parlarti dei giochi
che erano belli anche se pochi.
Trottola, picchio, corda e biglie
i giochi comuni delle famiglie,
erano bambole e pentoline
gli unici giochi delle bambine".
Eppure il nonno oggi è contento,
mette la mano sotto al suo mento,
ricorda ancora quando la mamma
gli cantava la ninna nanna.
Cose da poco, cose da niente
per far sorridere allora la gente:
"Semplici conte e filastrocche
che riempivano le nostre bocche".
Filastrocca
Il galletto sul balcone
ripassava la lezione:
"Chicchirichì, cuccurucù..."
non sapeva dir di più.
La cicala e il grillettino
raccordavano il violino
per suonar la serenata
alla bella addormentata.
L'asinello vecchio vecchio
si guardava nello specchio
poi prendeva la sediola
e pian piano andava a scuola.
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ULISSE
NEL 2000
Scritta e musicata nel 2000 dalla classe Ia
della Scuola Media Statale Leonardo Da Vinci di Roma, nel corso di un laboratorio
didattico tenuto da Mauro Geraci, Simonetta Ceglie e Augusto Cecilia. La
ballata è stata presentata per la prima volta dalla stessa Ia il
30 maggio 2000 presso il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari
di Roma con la cui convenzione si è svolto l'intero laboratorio.
Con la macchina del tempo
dalla Grecia è ritornato
aiutato un po' dal vento
l'eroe Ulisse dal passato.
Viene a Roma per vedere
come qui ce la caviamo,
se il dolore o il piacere
c'è nel mondo che viviamo.
Nella Piazza di San Pietro
tra la folla frastornato,
venne urtato sul di dietro
da un bambino un po' sbadato.
"Stai più attento - disse Ulisse
a quel bimbo un po' gradasso -
son tuo amico, non far risse
anzi portami un po' a spasso".
Giacomino Feltoreno
si chiamava quel bambino
e per prima cosa il treno
mostrò a Ulisse col ditino.
Strano aggeggio semovente
altro che mare in tempesta
sbuffa, balla è pien di gente
fa girar tutta la testa.
Arrivato in Via Lucullo
un ragazzo in motorino
disse "Scansati, citrullo!
Pari proprio un babbuino".
Su quel viale trafficato
sfreccian auto da ogni dove
che a quel greco sconcertato
sembran dardi del EDio Giove.
E la gente che passava
alla moda, ben vestita,
l'elemosina gli dava
come fosse un eremita.
"Ho la barba ma un barbone
io non sono e state attenti
che io chiamo Poseidone
e v'addrizzo i sentimenti!"
Con leggero languorino
da Mac Donald si avvicina
chiede presto un bel panino
pieno di carne bovina.
"Ma che Ulisse non lo sai?
Dalla Francia è arrivato
il bovino porta guai
che l'Italia ha avvelenato?"
Così disse il cameriere
che poi il conto gli portò
ma lui furbo lì al cassiere
manco un euro gli lasciò.
A quel mondo assai moderno
non è Ulisse abituato
tra le pene dell'inferno
teme d'esser naufragato.
Gli uccellini dove sono
non c'è verde, nè natura,
tra rumor, puzza e cemento
voglio uscir da 'sta avventura.
Poi di notte stanco morto
si addormenta e il sogno venne
lì ad Itaca nel porto
di tornare ancora indenne. |
IL
GENERALE
Ballata su Pino Ché, scritta dalle
insegnanti della Scuola Media Statale di Roma "Antonio Gramsci", nel marzo-aprile
2000, durante un corso d'aggiornamento sperimentale tenuto da Mauro Geraci.
Tutto ebbe inizio un giorno ormai lontano
quando il sogno cileno prese volto umano
di quell'Allende medico socialista
che credeva nella rivolta pacifista.
Il potere agli operai voleva dare,
giustizia e società poter cambiare,
le piaghe delle mani dolorose
curare con i petali di rose.
Ma una serpe gli cresceva in seno
che lenta iniettava il suo veleno,
Caino, generale cinico e crudele
all'uom non fece più spiegar le vele.
Capo delle forze armate nominato
da Allende chi di lui si era fidato,
ma fu tragico errore rovesciato
alla Moneda lo trovaron suicidato.
Quanti uomini torturati e uccisi,
portati via da casa e poi derisi,
furon anni di lotta e di dolore,
di esilio, sofferenza e gran timore.
Si piange sulle alture e quella pioggia
è lenta, fitta, lamentosa e grigia,
bagna Santiago e dell'uom senza valigia
lo strazio nella notte già riecheggia.
Quell'urlo di dolor non ha trovato
un luogo dove essere ascoltato
ed ogni donna dal suo amor strappato
grida giustizia per il popolo umiliato.
La Spagna e Londra avevano capito,
dev'essere estradato e poi punito,
per quell'uom senza valigia e nè ritorno
che non riuscì a vedere il nuovo giorno.
Ma il dittatore furbo e malandato
in Cile è stato infine reclamato,
adesso Lagos e il popolo cileno
ai lor doveri non posson venir meno.
Sarà un giusto processo e punizione,
il mondo attende una soluzione
che porti via al popolo i tornmenti
di tante genti ardite e valenti. |